COME BACK, COME BACK
per qualsiasi strumento ad arco a quattro corde
Ritorna, ritorna, amore. Riprendiamoci affetti e corpi,
disegnando archi tra le dita e curve che i baci tra il collo
delineano ai sensi del cuore e al pozzo oscuro che il
sentire infiamma con passione attenta. L'andirivieni dell'
arco sullo strumento è simbolo, concetto. Va e viene,
riviaggia come metafora del percorso d'amore, tra i viali
e passeggiate, tra l'atto erotico che vuole alzare o abbassare
umori e membra, carezze e piaceri. Partitura come canto,
lamento esasperato, come disperato pianto, ma sommesso
nei pianissimi, nelle armoniche speranze di quiete e forma.
Ad ogni corda un concetto come metafora di pensiero,
parola e sesso tra sentimento e corpo. E il grafico del testo
come intavolatura in cui si alternano figure e rappresentazioni
di pressione d'arco attraverso le quattro corde in una linea
che dal basso verso l'alto indica tallone e punta. E gli otto
frammenti come zone che sulla tastiera posizionano
fasi micro tonali tra le dita nervose e l'emozione che affetto
e eccitazione dirigono all'orecchio musicale ogni volta e per
sempre senza mai arretrare di fronte alle verità dei suoni.
Questa è una composizione di frammenti, un tentativo di
legare armonici e armonie, glissandi e portamenti tra tastiere
e corde in un disegno preciso e aperto tra ponticello e sonorità
rotonde, tra metallo e morbidezza, tra distorsione e delicati
tocchi di una musica che si riempie di senso e ragione, di
riflessione e incanto per un amore lontano e che si rivuole
indietro, per un arco che ha bisogno di curva per dare voce
e forza alle parole di un pomeriggio assiderato di ricordi.
SCHERZO-FANTASIA
per pianoforte amplificato
Questa è una danza o un poema di suoni, irregolare
e disperso tra le nubi e gli abissi, tra gli azzurri e i
neri, tra i vuoti di universi paralleli o da ricreare
nella mente silenziosa di chi ode o suona un po'
nascosto da rumori e da catene. È uno strano scherzo
per via di un tonalismo allargato, dell'apparente
consonanza o gradevolezza teorica all'ascolto
superficiale e leggero. Il suono però, pesante e
percussivo, persuasivo nei volumi e timbriche da
martello squillante e luminoso, richiede spazio e
brillantezza, come campane tubolari amplificate
dal pedale ostinato, ed unità di mani e suono che
disegnano finestre metriche regolari o irregolari.
Gli accenti sono ben marcati, e proprio tra le note
grandi e grosse, viste come pietre più evidenti tra le
ceneri o i lapilli velocissimi che si perdono tra i cieli
di una scala universale, tra le minuscole notine che
volano come minuti insetti da incantare. Questa è
un po' una serenata, melodiosa e siderale tra le
armonie interiori, tra le consonanze di un pianeta
innamorato. Qui non si accarezzano tonalità o
serialismi, non si seducono storture o asimmetrie
per ideologiche teorie: qui comanda il senso e lo
stordimento che accordi e intensità regalano all'ascolto,
e non le quinte o le ottave, parallele a regole e divieti.
Questo diatonismo visivo, espresso nella divisione
netta tra la mano destra tra i soli tasti bianchi e la
sinistra adagiata su quelli invece neri, aiuta l'occhio
a distinguere il piano e i piani dei due arti, favorendo
la differenza percettiva tra le timbriche disparate
e disallineate. E i frammenti poi, tratteggiati tra i gioiosi
pentagrammi, legano le mani e le dinamiche divise,
quelle per cui le note forti, più grandi delle altre
dunque, andranno in primo piano. Le altre invece
sommesse e rovesciate come su un tappeto di sonorità
rivolte ai punti forti, le forti note appunto, come
stelle in cielo che si fanno poi notare sulle altre, sui
puntini non certo futili, anche se con meno luce. Il
tempo può accelerare o decelerare in qualsiasi
momento, e le pause dei suoni e dei silenzi sono
libere corone con funzione strutturale: decidono da
sole densità e rarefazioni che sonorità e riverberi
useranno per dare forma a questo manto senza
confini certi. Il pedale abbassato e pressato tutto il
tempo, a incentivare il frastuono dei metalli e percussioni
impliciti e assorbiti tra le trame, anche se infastidisce
ortodossie e conservatorismi, fa la sua parte: come un
pennello costante che scolora su superfici lunghe e
lisce come carta che non cessa mai di esistere nella
mente di chi annusa manoscritti. Il pianoforte dunque,
acceso a volumi sorprendenti da amplificazioni su scenari
o palcoscenici da stadio, visto da lontano come rarità
sonora, sarà presente e invaderà l'orecchio di chi ama
suono e musica, di chi per für Elise vorrà ancora cimentarsi
tra tecniche e stereotipi, di chi vorrà intraprendere in
futuro la carriera e il divismo di pianismi e avanguardie
smarrite tra i fortissimi e splendenti meccanismi di questo
scherzo-fantasia, di questo disegno di campane a festa
che odora di luce e poesia.
GRANDE FANTASIA
per voce e piccola orchestra
Un inno a libertà e aperture agli universi: la voce
come paradigma di fantasia, e la creatività che si
incarna tra corde e spalle, una mostra di bravura
che in tempo vivo si snoda senza filtri tra le stagioni
dell'anno in anarchiche discese di registri inusuali,
senza indugiare troppo su risultati ed apparenze.
Gli strumenti che proteggono o rivestono i corpi vocali
come un florilegio, o gli astri attorno assoli di musica
che illuminano di suono il mondo. Le acustiche
impressioni, la precaria dimensione che distende
immagini ed emissioni tra famiglie di strumenti ed
echi che si conservano distanti e intensi in memorie
e note, tra le frasi musicali che si vestono di senso
tra il non senso insondabile di una partitura minimale,
in cui ogni linea collocata in pentagrammi carichi di
storia, essenziali tra le curve dei ritmi, deposita mari e
versioni di ascolto tra lo spazio interiore, tra i riverberi
di timbri e glissandi leggerissimi, che inducono schegge
di poesia a conquistare i mari. È una grande fantasia
questo omaggio alla vita come sequela di immagini o
fotogrammi di suoni, il respiro che ingrandisce il
segno e lo contagia a musici e direttore in strategie
mobili e creative. E la voce sale e scende, ridiscende
e poi si lancia da ottave e portamenti, integrandosi coi
colori dei registri di fiati e ottoni, tra le linee che viole
e celli amplificano da tempo a natura e poesia. La voce
che ottiene il suo percorso nella mente di un immenso
fiume azzurro, cede poi i suoi intervalli a protezioni e
conflitti lasciati splendere all'aperto. Senza caos, ma
con grovigli di reti e canali che alimentano motivi di
pensiero e sensi tra frasi allo stremo di archi e fiati.
Questa sequenza di suoni quasi senza più pause, è
viaggio di fascinazione e calcolo, equilibrio sottile di
invenzione e istinto tra le trame di strutture e libertà
di canto e strumentale stupore, è un invito a uscire da
azioni e battute già battute. Nata come disegni su
pentagrammi, schema o appunti di segmenti tra le
cinque linee di abisso e di nulla da riempire con pazienza
e dedizione, si trasforma in mappa di percorsi possibili
e combinazioni per comporre e improvvisare senza più
censura: anima che vibra nel corpo dei tenori, fulcro
sapiente che illumina da laringe e diaframma la forma
assai armonica di vocaliste, nude ed essenziali tra le
figure del tempo.
VOICELESS MADRIGAL
dal sonetto 95 di William Shakespeare
- traduzione di Alessandro Serpieri
per quattordici vocalisti
Come sai render dolce ed amabil la vergogna
che simile al verme nella fragrante rosa,
contamina la bellezza del tuo fiorente nome!
O in quali dolcezze racchiudi i tuoi peccati!
Chi narrerà la storia dei tuoi giorni
commentando lascivamente i tuoi piaceri,
in forma di elogio sol potrebbe criticarti:
basta il tuo nome a ingentilire ogni biasimo.
O qual splendida dimora hanno eletto quei vizi
che per loro abitazione hanno scelto te,
ove manto di bellezza copre ogni peccato
e converte in grazia quanto l'occhio può vedere!
Attento, cuore caro, a questo immenso privilegio:
male usata anche la più dura lama perde il filo.
Un sonetto: quattordici versi per quattordici cantanti o
vocalisti, lettori o attori a leggere cantando o a cantare
leggendo le sue parole e poesia ma trasformando quei
fonemi in puro suono, come vento, come onde tra
battigie o nuvole e cieli impermanenti. Il contrappunto
tra sillabe in comune in versi persino assai distanti,
diventa mare in cui dissolvere senso e struttura, ma il
cui messaggio liquefatto tra calcoli e grumi di parole
si frammentano e ricompongono per evocare concetti,
restituire aromi o trame di significato annichilito tra le
linee di suono e voce e gli interstizi di questo poema
dolce e amabile come la vergogna che contamina il tuo
fiorente nome. Le consonanti rese innocue tra i fiumi
di vocali come a voler occultare la più piccola ombra
di senso, delimitano in barricate le battute di una musica
ancestrale e sibillina, tra ruscelli di fonemi in cui far
rispecchiare e racchiudere i tuoi peccati. Senza voce e
senza corde queste scie di suono che senza suono certo
e stabile ammantano di luce e chiaroscuri come a voler
narrare la storia dei tuoi giorni, avvolgono e ricoprono
lascivamente i tuoi piaceri. La simmetria e l'ordine di
sillabe e micro particelle di frasi decomposte e schiacciate
dal peso del tuo nome, ingentiliscono ogni biasimo e
convertono in grazia quanto l'occhio può vedere. Il sonetto,
così frantumato per essere poi riletto tra il fantasma dei
suoi mattoni come barriere di suono e musica, si accende
di emozione e gloria tra i cassetti dell'inverno, tra le briciole
di terra accumulate e le rose fragranti e splendide dimore
che hanno eletto quei vizi che per loro abitazione hanno
scelto te. Dileguati oggi stesso, ma stai attento, cuore caro
a questo immenso privilegio. L'ordine in cui rileggerai il
mondo di questo amore offeso dalla tua furbizia, dalla tua
bellezza lucente ma senza anima e rispetto, si farà forma
di musica eccellente, lasciando intravedere intenzioni tenui,
disegni delicati, leggere sensazioni tra le minacce dei tuoi
comportamenti impertinenti, tra le dure lame mal usate
che hanno perso filo e speranza di vederti ritornare tra
meteore e spartiti. Le pause tra questi accordi e mozziconi
di parole, si faranno via via più brevi: scompariranno tra
numeri e pianissimi, tra grappoli di suoni silenziosi, ma
immensi e floridi senza errori o reticenze, tra le viscere di
poesie e sonetti come questo: un pezzetto di universo
memorabile e infinito.
SUB SPECIE INTERIORITATIS
per orchestra
A ventiquattro anni: viginti quattuor. Come le ore
del giorno, i ventiquattro quarti di tono di una scala
ascendente, come ogni altra analogia con lo stesso
numero: una musica per orchestra senza note, ma
di ritmiche o percussioni semmai che trovano il
disegno interiore, la pulsazione, trovano la vita dentro
il proprio suono dalla cifra che indica il gruppo
irregolare entro cui pensare prima contando e suonare
poi, le espressioni numeriche indicate. E allora anzitutto
l'organico strumentale di una orchestra senza timpani
o grancasse, senza alcuna batteria o stratagemmi per
ascoltare tamburi sotterranei o increspature di ritmici
colori. Solo i canonici dunque, ma sempre attuali
strumenti ordinati per famiglie di legni, ottoni ed
archi. E il monogramma poi, come a sottolineare le
indicazioni e invenzioni meramente ritmiche delle
frasi, dei contenitori o battute sulle quali adagiare i
vestiti o le coperte di suoni, intervalli e note. I musici
non leggono altezze precise: sullo schema temporale
scelgono in reale tempo il suono a loro congeniale e
accolgono senza alcun calcolo o pregiudizio, ciò che
in quel preciso istante gli si illumina dal corpo. Una
nota non qualsiasi, o a caso e improvvisata senza alcun
senno o logica: ma quella che ascoltandosi dentro
appaia a loro consona e in armonia, o al contrario in
opposta disarmonia, per contrasto o come bastian
contrario, quella comunque più adeguata. Non
smettono di ascoltare perciò il suono globale i musici.
Fare musica d'altra parte è l'obiettivo: riequilibrare
ovvero, forze o sonori meccanismi. E non importa se
il suono emesso, dalla spinta ritmica del monogramma,
sia puro o impuro. Se in crescendo o diminuendo,
se statico, se con tecnica estesa come armonico o
multifonico, o sul ponticello e pizzicato, in portamento
o estremo glissando ascendente o discendente.
Valuteranno i musici: ascoltandosi e riascoltandosi
ogni qualvolta decideranno di eseguire in pubblico
sotto le spoglie dell'interiorità a loro più vicina, e
amplificata da adrenalina ed emozione, o da timori
e ansie da scenario. E dunque provano e riprovano
le più diverse timbriche combinazioni e di volumi,
di tecniche e agogiche. Riprovano per impossessarsi
del vocabolario che in seguito, in sede finale con il
pubblico di fronte, domineranno per poter librare tra
il concerto le proprie scelte, la propria parte
responsabile verso tutto il resto. E il direttore che col
suo gesto, con le braccia ampie e con la danza del suo
accelerando o ritardando, come un flusso continuo o
andirivieni di battito ed enfasi nella figura del suo
abbracciare i musici, farà la differenza come a voler
significare, tra il pubblico e l'emozione di un concerto
e i suoi tanti rituali, ordine e calore tra suoni in apparenza
scomposti e senza accordi noti o melodie rintracciabili
tra le orecchie e consuetudini di secoli e geografie.
L'orchestrazione frammentata, le armonie tra insiemi e
micro tonalismi imprevedibili o da ricostruire ogni
qualvolta la formazione strumentale si raccoglie attorno
al suo maestro come anime intorno a una cometa.
Riassumendo, prima di lasciare all'elaborazione di
quanto appena detto da musici e direttore, ogni nota
indicata in partitura battezzerà dunque ciascuna un
proprio suono o striscia di suoni secondo dinamiche
d'immaginazioni in cui volumi e tecniche o raggio di
intervalli, creeranno incastri e meccanismi senza alcun
controllo o ripetizioni da studiare. Saranno invasi invece
da energetica unione di suoni e fantasie. La scatola
metrica riempita da senso e luce mediante scelte
consapevoli e intenzionali con l'obiettivo di voler far
nascere da casse e forme di legni, corde e ottoni, una
musica profonda ed interiore: una musica che nasce
dal corpo. E dunque suoni come colori e come stelle,
come fiori che si aprono all'orecchio di chi ascolta o è
distratto, di chi si annoia o gioisce tra i rumori e gli
umori di questi anni saturi e stanchi. I numeri che leggi,
tra aggregazioni pari o dispari, tra alternanze di scuri o
meno scuri, ovvero di suoni e pause, si conteranno soli
e solo in mente: sono divisioni e separazioni psicologiche o
esperienziali, non geometriche e dunque precise o fisse,
sono forme di assembramento energetico, gabbie di
regole illusorie da cui far scaturire, tutti insieme, tra
musici e spettatori, una anarchia senza alcuna disciplina
di relazioni acustiche e neuronali da assaporare nella
mente, da inghiottire con le orecchie sempre attente o
abbandonate senza scrupoli tra innocenze o saggezze secolari.
HERETICAL DRAFTS
appunti eretici per quattro esecutori con nove strumenti
Quattro esecutori ma con nove strumenti: ottavino,
flauto, flauto basso, oboe, corno inglese, clarinetto,
clarinetto basso, fagotto e controfagotto, per favorire
contrasti timbrici e dinamiche, sorprese, inaspettati
cambi e ridimensionamenti percettivi ed emotivi che
gli strumenti e le orecchie lì in platea assorbiranno
all'inizio increduli, ma che pian piano, con accorta
gradualità, faranno propri attraverso insondabili
meccanismi di emulazione, di fascinazione e
riformulazione grammaticale ed estetica. I simboli,
una volta ancora, traducono atti e non note, dinamiche
di articolazione di eventi sonori, non sequenze di suoni
esatti e scritti da notazioni statiche e reiterative.
L'inganno grafico della verticalità tra le quattro serie
in realtà nasconde anarchiche entrate di ogni strumento,
i comodi attacchi e i fisiologici accordi tra frammenti,
frasi intervallari e microtonalismi, ma sempre attraverso
linee concettuali di glissandi ascendenti e discendenti,
come a voler ricordare di dover trasgredire con eretiche
sequenze dentro scale ortodosse e prevedibili, entro
confini esatti da cui guardare e verso cui procedere
con leggera impertinenza, con anarchica visione di
potere esagerare, di dovere scatenare creatività e istinto
attraverso ordine grafico e disordine timbrico: aprirsi
al mondo e a rinnovate definizioni o categorie estetiche
tra tecnica e libertà, tra gli sguardi aleatori e i mille e
più suoni abbandonati al mondo e alla norme, alle
forme di esistenza dentro la musica più strana che ci
sia, senza rimorso o ripensamento, senza un frammento
di incatenata memoria tra prevedibili altezze, accademiche
armonie, aspettative nei silenzi e nelle scelte intervallari.
Tecniche estese e soluzioni ambigue tra suono e rumore,
una narrativa che si inabissa ogni qualvolta si è tentati di
definire, di contenere o delimitare porzioni di musica
estranea o familiare senza mai riuscirci, senza poter
raccogliere senso o significato tra le estreme libertà del
segno e dell'armonia tra il disegno e i multifonici o staccati
pentagrammi, tra i repentini cambi di strumento entro le
linee del cuore, al di fuori di ogni ragione che contrappone
logica e istinto e che unisce o lega accordi e melodie al di là
di calcolo e fantasie. Nove strumenti che esibiscono tutta la
gamma dei colori che son chiamati a includere in uno spazio
dell'anima che si vuole attorno a volumi e luci, a distorsioni,
a lacerazioni del corpo che rappresenta una volta ancora, e
nella dinamica del suo eclissarsi, la sua eretica passione,
l'eterodossa grammatica tra convenzioni e tradizioni. E i
respiri tra gli strumenti a fiato, protagonisti di questo piccolo
poema senza regole, ma testardo e rigoroso nel suo entusiasmo
per la vita, i respiri che si adornano di suono e di bellezza tra
la bruttezza delle norme, sono umani cataclismi, incantesimi
celesti, trasformazioni interiori che chiedono a gran voce di
essere ascoltati anche se per poco tempo, o accolti nelle
durate irrazionali di questo flusso instancabile di fiori e buchineri,
di segmentate melodie ed echi che da lontani e geografici
confini, risuoneranno ancora tra le pieghe di un sonoro
meccanismo, di una costante vibrazione che crescerà tra i
suoni senza alcun controllo. Eretica visione della musica,
intatta missione di utopia e passione visionaria che corre
all'impazzata con crome e semicrome, con battute spezzate
e micro melodie, e accordi invertiti ed intervalli irrazionali
che si inseguono e alimentano tra foglie e ruscelli, tra venti
e alberi che affronteranno il giorno in piogge e tempeste.
Questi appunti che qui si fissano e registrano tra sputi e
rimostranze, tra devianze inopportune e abbozzi e canovacci,
queste bozze che si nutrono disinibiti tra gli sbagli della vita,
richiameranno presto plausi e interpretazioni, affiancheranno
a volumi ed errori, lo spirito dell'atto esecutivo, l'essenza
del gesto creativo che adesso si spegne d'improvviso come
fonte imprecisa e volgare tra le trame di questa intensa poesia.
TRASCRIZIONE DEL SOGNO
per grande orchestra
Un monogramma ritmico per racchiudere il mondo,
i sogni, le figurazioni approssimative e incerte nell'
onirico inganno. Un solo rigo per fissare i flebili
contorni, le idee incomplete di un'immaginazione
a metà, per evocare il senso di un percorso indefinito
nella mente di chi sogna addormentato ma ad occhi
aperti. Le intensità e i fraseggi ritmici, articolatissimi
in partitura, rimandano a tenui confini, a segmenti,
a curve temporali vaghe e accennate. Ma poi intervalli
e micro melodie da scegliere al momento, daranno
colore e spessore al sogno trascritto, alla sua definizione
nell'economia del suo sapore, ricostruito tra incantesimi
mentali e fisici appartenenze senza più incredulo cenno.
Gli orchestrali libereranno ogni fantasia: disinibizione e
istinto senza divieti e censure, purché canalizzati
attraverso quella sola linea che come un orizzonte assai
vicino ai musici-lettori, spingerà entro le loro menti
paesaggi lontani da definire senza rete e con più alte
mire d'universo. Trascrizione del sogno, del tuo sogno
più segreto, del paesaggio che di notte ti investe e
spoglia, e ti accarezza o aggredisce senza potersi più
difendere dal suo disegno e aroma di novembre.
L'oblio e il bianco ad abbracciare il sogno di una musica
continua, di un'orchestra ideale che cresce assieme al
corpo e decresce come meditazione lenta sulla vita e
le sue forme, sulle figure che appaiono tra le orecchie e
gli occhi amplificati da entusiasmo, da instancabile flusso
di suoni ed emozioni, da emanazioni di sensi e turbamenti,
da disturbi del ragionare e dalle ritrovate pause per
decomporsi tra le impronte acustiche di una notte
riconquistata per meravigliare e assorbire il mondo.
I timbri e i volumi cristallini, le tecniche per irrobustire
il suono o annichilirlo tra forme e strutture strumentali
che si nutrono di disobbedienze o utopie: le pause tra le
famiglie di un'orchestra dissociata tra le parentesi di note,
tra il severo contrappunto di un'elegante simmetria
adagiata su un tappeto di minime e semibrevi, a sorridere
al mondo nonostante ogni accasciata luce di disincanto.
ENCORE
per quattro percussionisti
Otto tamburi, quattro esecutori, quaranta dita, otto
bacchette. Il silenzio: l'aria che suona tra i movimenti
dei musici che alternano fisica e metafisica, presenza
e assenza. Questo è un pezzo fantasma, un'ombra, un'
opera che vive solo perché la si contempla e ascolta
attraverso il corpo: quello di chi suona o viene investito
dalla magia delicata e amara delle fluttuazioni in aria,
degli attacchi percussivi con suoni o senza frequenze,
tra il pieno e vuoto dei loro segni tra i disegni delle
note e duri colpi e gli improvvisi silenzi per l'orecchio
e l'occhio che si riempie di senso tra le trame di una
musica composta o decomposta, sezionata da gabbie
e colonne in cui si alimentano coi suoni e coi silenzi, i
simboli fonetici che esplodono come lame dalle bocche
e dai nervosi tamburi, in tensione tra il precipizio,
l'abisso, il vuoto. Gli occhi che completano le informazioni
sul suono, che rivestono di segno in movimento il
gesto danzante e i simboli precari di una musica che
scompare nel momento in cui pretende di apparire o
comunicare senso, sono trappole, inganni: la rete di
lettere e quadrati, di fonemi e crocini in partitura non
è che calcolo, geometria, corrispondenza e simmetria,
coreologia dell'anima rivestita da respiri e frequenze,
l'armonica unità che si ricerca altrove in assenze di equilibri.
I quadrati neri negli spropositati volumi come a lacerare
pelli e percussioni, e quelli bianchi invece come battiti
surreali, simbolici, che sanno di esistenza lieve e sotterranea.
Le consonanti bene in vista tra la folla di ogni altro segno
come parola o frase da proseguire nella mente di chi
ascolta, come ruscelli interrotti da pietre, rocce tra
giardini, punti tra il bianco levigato in superfici acustiche
e palpabili con occhi e orecchie affamati di buio e di
silenzio. I disegni che in aria e per lo spazio di suono in
cui sono iscritti i corpi e le frequenze dei musici-poeti,
sono fiori improvvisi che sbocciano dall'alto di un sogno
ad occhi aperti: sono coreografie silenti e dense di diademi
da nascondere dagli occhi e braccia che vogliono possedere
solo ciò che è terreno di ispirazione, di interpretazione
del tempo tra i secondi che abbelliscono lo scorrere di
durate e incedere tra le folle e i consumi, tra le voglie
irrazionali ritagliate da fretta e velocità, tra densità
irragionevoli e accasciati sistemi in cui musica e suono
sono svenduti e sottratti a magie e purezze. E il titolo di
questa piccola isola, un encore appunto, sa di musica
laddove non vi sarà più musica, sa di richiesta di virtuosismi
da esibire, ma disattesa nei vuoti e silenzi, nelle danze
gestuali dei quattro musici o vocalisti, che con tamburi
e corde vocali adorneranno gli spazi mentali e arcani del
pubblico, sorprendendolo nella sottrazione, nella lenta
e graduale sparizione di densità e orpelli, di numeri e cifre
in crome e semicrome, in saturazioni sonore da ostentare
senza più messaggi, senza più autentico sentire. Le orientali
connessioni che si instaurano alla vista con ricordi coreani
e movimenti, intrattengono la mente nutrendola tra le
pause di silenzio e vuoto, tra le ansie e timori di affamati
spettatori alla ricerca di un ascolto prevedibile ma senza
ormai più forza: la forza in questo encore alberga nell'assenza,
nella sua debolezza si riveste il mondo e gli imbarazzi che le
pause di nulla proietteranno sul nulla dei suoi suoni.
SCRITTURA DEL CORPO PRIMA DELL'AMORE
per flauto basso, fisarmonica e violoncello
Un'opera febbrile, asmatica, con adrenalina in
corpo nel corpo dei tre strumenti come metafore
o analogie immediate con mente nel profondo
flauto basso, nel cuore in fisarmonica e nel sesso
il cello luminoso. Una graduale progressione dall'
alto verso il basso o viceversa, e un tema centrale
come salto estetico o genuina ispirazione di una
scrittura possibile del corpo e mente dell'amante
ma prima dell'amore, prima dell'atto, dell'incontro,
dell'incastro meccanico e cerebrale, di energia e
sottile armonia tra le diverse componenti d'amore
che nell'amore si ritrovano d'accordo. Già: i tre
strumenti, come gioiosi ingranaggi che si attraggono
e accoppiano, che si appiccicano e avviluppano
tra loro in una notte di fuoco e di istinto, in un
meriggio di orgasmo estinto tra le pieghe di lenzuola
e carte come preludio di un amore irrazionale o
selvaggio, di un armonico sistema in cui un monologo
interiore dialoga con tre anime o pezzi di uno stesso
corpo, ma diviso in tre da spiegazioni implose che
nobilitano suono e parola, musica e poesia in questo
scritto che eccitazione e malinconia definiranno una
volta per tutte a occhi e orecchie avide e curiose. Nel
flauto basso, nella sua mente si ascolteranno in sala i
pensieri e i mozziconi di parole, spezzettate da tocco
e bacio, da ansie e proiezioni, a rimuginare tra sé e sé
con allegri fonemi e lemmi mai diretti all'amante da
lontano, per così tanti e inutili freni, per così mille
ripensamenti o insicurezze, così tipici e reali tra chi
desidera e nel desiderio è consumato. Il monogramma
nel fiato gli dà impeto e libertà per incastrare ritmo
e parola e donarla poi alla musica tra note e staccati
brevi, tra squillanti semicrome, tra legati ed espressivi
come crome e multifonici che si ammantano di luce. E
poi la fisarmonica, che col suo cuore manifesta e col suo
mantice che si apre e chiude, l'incantesimo che si riattiva
ogni qualvolta si vuole stringere l'amante tra le braccia e
cosce, o sempre spingere e pressare col cuore a
mille l'emozione che si allarga senza peso e senza freno.
Fisarmonica come canto e respiro, come tocco tra il sangue
viscerale che vibra e striscia tra le vene e i condotti che
portano i pensieri dal flauto, passando per ventricoli e
poi schiantarsi tra il sesso e la libidine senza alcun controllo.
Fisarmonica che tocca ancora e si dirige nei cromatici
amplessi, dei diatonici complessi di questo incontro senza
troppa luce attorno. E dunque questa scrittura del
corpo prima dell'amore, come preludio a quella del mare e
alle altre ancora in divenire, avrà il sapore di preludio,
l'odore di un'aroma che si rivelerà cruciale nella
programmazione di tanta altra musica da questo pazzo
sognatore. Scrittura che registra sequenze quasi filmiche,
pornografiche inquietudini, visivi frammenti di nobili poemi,
di raffinatezze per l'anima, di incandescenti cataclismi per
il cuore nel dolore dell'attesa. Le dita sulla tastiera come
grappoli di note nelle zone indefinite di epidermidi
affamate, a pigiare o meglio ancora delineare con indice
e polpastrello le aree da baciare, e bruciare poi col cello
ogni confine di emozione col sesso avido e ansioso, con
spasmodico istinto il fiore che lo accoglie e inghiotte tra
gemiti e sospiri come i glissandi su ogni corda, e i pizzicati
come morsi dappertutto e gli armonici a sfiorare labbra
e pelle dell'amante, dell'amore, del clandestino stupore
di questa lotta o esecuzione di una musica d'insieme, ora
tenera e poi selvaggia, ma veloce e che non attende, che
divora, che rigurgita passione e sbaglio, persino una
violenza aspra e desiderata come sogno e come favola,
come colpo e come grazia di una sonorità dell'anima,
di un gioco estremo tra le gabbie di una apparente
geometria. Le pause coronate poi, come tregue apparenti,
simboliche attese o occasioni per ripensare quanto appena
fatto e ingerito, quanto ancora da afferrare dal corpo dell'
amante, dai suoi pensieri, dai suoi reconditi sintagmi di
una fantasia notturna, di un indicibile concetto tra le trame
e le griglie di una partitura improbabile per virtuosismo,
per difficoltà a prevederne esecuzione e ascolto. Questo
caos di corpo ed anima, di corpo e sesso, di corpo e cuore
con ogni permutazione energetica e intessuta armonia tra
gli anfratti dei loro stessi paradigmi, si rivelerà presto uno
splendente calendario dei sensi, una incandescente
occasione di giubilo e stanchezza giacché in ogni sua
durata si consumerà l’oblio.
SCRITTURA DEL MARE
studio trascendentale per orchestra
Compiere un'utopia: rappresentare il suono in
movimento, come una danza senza sosta tra le
acustiche interiori e i riverberi spaziali di una
musica in cui non esistono più note né narrazione.
Perché la musica è evocazione, non è trama, non
è sequenza logica, ma un affresco che lo si può
osservare e assorbire tutto in una volta e attraverso
il tempo: lo si può accogliere come acqua di ruscello,
come neve di bufera o fiamma di fuoco e sparizione,
tra le pieghe di una esistenza inquieta e surreale.
Senza più polemiche annose su teorie e verticalismi
tra altezze ed armonie, tra accordi temperati o impasti
cacofonici, in queste pagine viscerali e in poetico
disordine, ispessite da sonorità e liriche missive,
regna il principio primordiale dell'infinita scala di
glissandi, che dal basso e poi dall'alto precipiteranno
e innalzeranno come discese verso abissi ed esplosioni
senza più controllo: glissandi che non si arrestano mai
tra le corde e percussioni, e che nei fiati e ottoni si
annullano in pianissimo, giusto il tempo di ritornare
in vita col respiro, e a tuffarsi come onde su onde sul
luminoso caos di puro suono e di musica incessante
che è questa scrittura del mare, del mare geografico
e onirico, del mare di bellezza e confusione che
esistenza e pittura disegneranno come opera di luce,
come colore multiforme, come mare che dall'amare si
inabissa e muore. Mare tra gli oceani, mare che separa
Europa e America, che spazza via musei e accoglie
nuove albe, che fa naufragare teorie da Levante per
assorbire poi uragani ed acquazzoni da quel lontano
Ovest. Gli strumenti suonano sempre e tutti assieme:
nessuna pausa, se non la naturale sparizione di suoni
e incontri verticali quando le arcate perdono peso
dopo aver spazzato armonici e planato su tastiere,
e le percussioni trovano quiete da tensioni muscolari,
e i venti e i metalli esauriscono ogni ansiosa brezza
prima di riprendere il volo o il precipizio nello schema
minimale di notazioni e geometriche ed algide tabelle,
che scoppiano in passioni però tra i suoni luminosi
che accoglieranno cataclismi e cieli immensi, trascendentali,
come le danze di questa danza senza fine e con l'azzurro
e il grigio ancora dentro, a intossicare sottomarine nubi,
sentieri che si perdono tra micro tonalismi e urla e pianti
tra sorrisi e tregue come chiaroscuri timbrici di enorme
vastità. Non un'opera di suono che suggerisce immagini,
dunque. Ma emanazione che invita a smarrirsi, a
dileguarsi tra le pieghe e irregolarità sonore, per ricreare
un mondo nuovo in cui intravedere una ad una le
asimmetrie della mia esistenza. Il suono tutto intero di
questa orchestra mastodontica che ti aggredisce e ascolta,
si ascolta tutto intero: ogni strumento suonerà senza
riguardo alcuno sui suoni del vicino: sarà la stessa dinamica
o volume tra anime in verticale, che detterà contrasti e
contrappunti in cui cesseranno linee e creeranno
frammenti, per cui moriranno rette per far rinascere
curve tra i suoni e gli archetipi di una partitura semplice
e scarna, ma che genererà tra l'anima fascino e complessità.
E l'immagine del mare, lo si ripeterà ancora, se figurativa
o astratta, se precisa o informale, dovrai ricrearla tu
nella tua mente: sogno, madre, caos, sublime, profondo,
nero, trasparenza di universo e tanto altro ancora. Il tuo
passato sommerso nell'oblio della tua incoscienza, farà
rivivere, senza che tu ne abbia il minimo controllo, ogni
fotogramma, ogni tuo ricordo, tra le trame di questo
tappeto informe ed elegante, tra le coste azteche e
portoghesi, tra i bianchi canadesi e gli irlandesi verdi, tra
i geli patagonici e le sudafricane stelle: e in mezzo tu,
mare, che hai diviso irreversibilmente a metà il mio
trasfigurato cuore tra Messico e Sicilia, tra Atlantico e
Mediterraneo, sconfitto e amaro tra le rime di un amore.
E il direttore di questa orchestra lirica, fisica, metafisica
in significati e teoriche implicazioni, sarà complice nelle
generazioni di un rinnovato sistema acustico, privilegiato
canale di verticalità micro tonali, precarie, fluttuanti,
dalle scoscese scale e senza rete: una sequenza temporale
in pericolo, sospesa, in attesa di nuovi gesti e aperture
nella danza di questo suono grandissimo, voluminoso,
rotondo e selvaggio, indomabile calamità tra oceani e
temporali alchemici, spettrali. Scrittura del mare inaugura
così un ciclo orchestrale come in una piramide esistenziale
e cosmogonia sonora, che nasce come musica "mundana"
in scrittura del corpo prima dell'amore, per procedere
poi con scrittura dei fiori e delle pietre, per orchestra e
percussioni, e poi del cielo o del corpo dopo l'amore, e
salire in alto ancora con scrittura dell'aria e poi della luce
o della migrazione interiore, per pianoforte e orchestra,
e sparire per sempre, definitivamente, tra le nubi astratte
e mistiche del catalogo delle nuvole: annullamento
supremo di ogni suono sinfonico in un quadrilatero
fatale di ombre sublimi e astrazioni siderali.
SCRITTURA DEI FIORI E DELLE PIETRE
per grande orchestra
Che tutti i fiori e le pietre
raccolte e lanciate
dal giardino della mia esistenza,
possano trasformarsi stanotte
nella musica più fragile
e potente che abbia mai concepito.
Suoni come fiori o pietre, come catene e
incantesimi, come ferro e cotone, morbidi o
violenti come piante e macigni. Perché la vita
è panorama da mordere: una finestra senza
condanne o giudizi, contemplazione di corpi
lineari e complessi, una lista di suoni infiniti,
di sentimenti e di angustie. I dolori, il cuore a
pezzi, i pianti, le allegrie e i sussulti di felicità
che l'ardore dona e toglie a turno a chi si
immerge nelle acque dell'abisso e del rischio,
a chi si avvolge come riccio o spreca sogni e
illazioni. Questa è una musica di lucernari e di
incastri, di verità e violenza, di lievi melodie
che inseguono il tempo senza più spessore per
luci nascoste da tempeste e pericoli, da brevi
passioni e interminabili scuse per ripensamenti
ed errori tra i terreni di un'anima invasa da vita
e da lave, da pietre e esistenze per disagi e
conflitti. Il percussionista solista, tra gli strumenti
d'orchestra smarriti dentro oceani di vuoti,
traduce in colpi e coi suoni quelle pelli inquiete
e i disegni di linee e contorni, di pensieri che
l'amore ha ingannato tra le notti illuminate di
paura e sospetto, e ingabbiato da rancori e
capricci senza speranze e futuro. Ma poi tu,
in trasfigurazione tra i timbri e i volumi di
archi spezzati, tra venti accennati da fiati e
biancori, tra metalli di suono che vibrazione
e potenza regalano in silenzio tra petali e
radici di questa musica enorme che pesa un po'
ascoltare ancora e ancora dopo anni di oblio.
E il direttore, come perduto tra filamenti di
armonici, neuroni e frequenze, smarrito da
tempo tra reti sonore e dinamiche inquiete,
attende musici e voci invece che imporre
dinamiche e pause, si inserisce tra trame di
adagi e frammenti celesti, tra gli immensi
fortissimi che violoncelli e metalli scolpiscono
in spazi di stelle e di talpe, aggrappandosi a
scale invisibili, sprofondando nei bui più neri
di fuochi più a Sud, tra rocce e ruscelli, tra
grotte nascoste e oceani imbiancati di carta,
che con penne e matite restituiscono allegri a
colline di luce una musica densa di lettere e
numeri, una incognita di senso e di forma tra
le forme incantate e i sistemi e strutture, che da
sole si inerpicano in traiettorie sonore e canali
di timbri che affascinano ed esplodono per poi
azzerarsi e raccogliere i fiori e le pietre che i
giardini di immagini e note in pianissimo
illudono l'occhio e corteggiano piogge tra
verdi e celesti di mari lontani. L'orchestra
sfaldata e poi ricomposta si riaccende di senso,
si muove col gesto e protegge col cuore che
impazza e che grida all'inferno le gioie e le
crepe di mattine e di ombre e di albe e di stoffe
e di grandi catene che il sole d'ottobre regala
per noi. La scrittura del suono di fiori e di pietre
è un contrasto perenne di luci e di tenebre, di
neri e colori che la vita ti lancia dalla folla di
cose, dalle case e follia, dai ricordi che stritolano,
dalle spiagge che illudono. Dai suoni che parlano
solo dopo la morte.
KIDS HOME ALONE
per quattro percussionisti
Finalmente soli a far baldoria, gli adulti fuori
casa, e dentro le quattro pareti si esagera coi
suoni e coi rumori, le grida e il fracasso anarchico
che senza alcun controllo si scatena, contagia,
non arretra o sospende per minuti interi. Si
vuole proprio divorare questa libertà senza
numeri: si ha bisogno di catarsi acustiche, di un
vortice in cui far confluire repressioni, frustrazioni
puberali, si vuole provocare l'ira dei vicini,
attraverso trentatré strumenti per ciascun esecutore
per un totale di centotrentadue: oggetti rubati da
stanze e scantinati, da cassetti e magazzini, da
anfratti segreti, chiusi a chiave o tenuti lontani
dalla portata dei bambini e dei monelli. Oggetti
da far vibrare, quindi, da rompere o scalfire,
oggetti proibiti o nascosti dalle squadre e divieti
degli adulti, strumenti di suono e rumore da far
violare ordine e pazienza, gerarchia e visione
piccola piccola di ciò che è gioco e regola. Suoni
di saracchi, di bottiglie e bicchieri da schiacciare
con mani e piedi, di campanelli, citofoni, carte da
gioco e catene, di chiavi e fiammiferi, tappi di
bottiglie e forbici, di carta vetrata, martelli e
monete, di adesivi e peluche che strillano e
cartoncini da accartocciare, palloncini da gonfiare,
suoni di piatti e forchette, di cucchiai e coltelli, di
carta da strappare, e poi fischietti, accendini e
pentole, di spray, di pagine e bottiglie di vetro
rotte, di disegni tracciati a forza su carte e legno,
di acqua versata dall'alto su vasi di cristallo. Timbri
multiformi in combinazioni e permutazioni, in
matematiche sequenze e ritmi irregolari, in densità
e rarefazioni rigide e calcolate, segnate in gabbie
grafiche per librare ali e anarchia. Quattro esecutori
e i suoi quattro alter ego che quatti quatti passano
ai musici e ripongono su tavole di velcro suoni e
rumori dopo brevissimi attacchi e sovrapposizioni
di melodie bizzarre in gruppo, di intervalli occasionali,
di frammenti e segmenti ritmici e in dinamiche
grottesche tra voci e singhiozzi, tra note e guizzi,
tra forti staccati e tenuti strumentali: uno strusciare
e strisciare su superfici e magmi, su tessuti e spazi
delimitati da pause e silenzi, tra densità di senso
e irrazionali scontri di timbri e fasce colorate di
suoni e frasi, di pentagrammi e concetti, di simboli
e notazioni essenziali che traducono pensieri e voli,
simmetrie e sfoghi, urla giocose di bambini a festa
e fantasie dionisiache per tutta la villa, un andirivieni
di oggetti mal risposti e indifferenti a regole ed
abitudini: i bimbi soli a casa aggrediscono spazio e
tempo, si ignorano a vicenda eppure esaltano insieme
il gesto del rumore che supremo e libero li avvinghia
tra divani e piastrelle, tra cassoni e coperte, in un
abbraccio che è puro grido felice, intarsiato di poemi
e messaggi in codice tra le fronde e i minuti o le ore
di assenza degli adulti, geometrici soldati in mezzo
ad esserini rotondi e sognatori, selvaggi adulatori
di sonori caos e incantevoli disordini.
D'AMORE, DI VETRO, DI METALLO
madrigale per quattro percussionisti
È come il vetro, l'amore: tanto chiaro e vero,
ma trasparente e fragile. Visibile poi nel suo
concedersi, e soave o levigato come la pelle
che da lì ci inonda senza riserve il cuore: è
pure fragile il suo abbraccio che si infrange
e taglia amaro come rapido coltello. E come
lama di metallo o pugnale imbestialito, ferisce
e spezza, aggredendo fatalmente senza accenno.
Sa proprio di cristallo quest'amore di metallo,
leggero alla vista forse, ma di improvviso incauto.
Sono campane le sue parole ariose, sospese ai
venti come bottiglie di luce. Ma quando l'aria
muta, appaiono acide e crudeli come lava nera,
come pietre sui tamburi e pelli, come frecce
che di sorpresa annientano e divorano ogni cosa.
Ha odore di musica questo scritto silenzioso che
vuole dire qualcosa su te, amore vero e chiaro, che
come uno zero trasparente, o poema o madrigale,
si veste questa notte d'amore, di vetro, di metallo.
Un madrigale per percussionisti e un paradosso: una
forma vocale per un gruppo strumentale. Eppure voci
e fiati esistono in alcuni dei cinque movimenti di questa
lunga rappresentazione in cui protagonisti sono quattro
corpi-cantanti e trentadue strumenti in tutto: suoni di
metallo e vetro, e poi parole sussurrate e gesti silenziosi
tra le pelli e i tamburi, e tra bottiglie e cimbali, come a
voler eseguire un'opera o un teatro di suoni e poesie
che recitano all'ascoltatore una messa in scena di un
madrigale appunto, con un testo da distendere come
un telo su esecutori e pubblico. I musici leggono eventi
sonori dentro gabbie di segni e simboli, per poi liberarli,
ciascuno col proprio tempo, entro un tempo che ha solo
inizio e fine, ma senza precisa durata. Liberi di soffermarsi
o avanzare secondo l'individuale ascolto ma in armonia
col suono globale degli altri musici, i madrigalisti senza
voce ma con percussioni al posto di vocali corde, sono a
volte danzatori nello spazio che tracciano mediante linee
e curve silenziose e con gesti e immaginari colpi di bacchette
ed aste, le stesse parole o frasi del poema che ha ispirato
questa micro opera in cui suono e parola, movimento e
scena sono organici nell'intenzione ma dissociati da ogni
vano tentativo di dare senso armonico a una melodia
profana o da commedia in intuito e tatto. I suoni vitrei,
metallici, cristallini o spettrali sono cioè metafora di tutto
il vetro e il metallo, di tutto il cristallo dello spettro che
il suono e l'amore sono capaci di trasmettere col cuore e
l'orecchio, pronti a svelarne poesia al mondo. I quattro
musici, cantori in apparenza, con forza e delicatezza, con
ricercatezza e impeto interpreteranno l'amore e la sua
essenza, sveleranno ad ascoltatori e innamorati, la fragranza
che acustica e disordine armonioso, riveleranno al cosmo.
Complicati sistemi e meccanismi ed ingranaggi tra le isole
di suono e gesto, occuperanno spazio e tempo ai volenterosi,
a chi è generoso con la vita, a chi vuol leggere tra le righe,
a chi approfondisce il mistero dei pianeti e dei suoi astrali
meccanismi, a chi non si accontenta di superfici e mode,
di spiegazioni facili e fugaci. Questo affresco d'amore, di
vetro e di metallo, questo ritratto emotivo alla ricerca di
se stessi attraverso il suono, riserverà sorprese, allenterà
catene, rivestirà di gioia e riflessione ogni dubbio e asperità
tra le vene e striature della vita. Una musica di sfere e tra
le sfere, di tenui colori, di delicati volumi tra gli improvvisi
battiti del cuore e della pelle: è uno studio sistematico sull'
ascolto tra l'insieme, l'attesa e la pazienza, è una presenza
che bilancerà istinto e difficoltà, natura e virtuosismo
strumentale tra le trame di una micro storia astratta sull'
amore tra l'amore, il vetro e il suo metallo.
STORIE DI SUONI E SPERANZA
PER DISTRARRE IL MONDO
per un pianista burattinaio
Undici scene ed abiti e caratteri e costumi
tra le dita e mani di un pianista stregone, un
pagliaccio o un santone, un musicista stanco
di suonare tasti e note tra spartiti e scale e
arpeggi, tra virtuosismi usurati negli anni,
emulazioni di ben altri percorsi tra le trame
della storia, e le vicissitudini e tribolazioni
di una vita problematica anche se piena di
suono e musica, di fantasia, di teorico rigore
e tecnica, di abnegazione negli anni più floridi
e vividi da una prolungata giovinezza, di una
incredibile carriera ad inghiottire note ed ore
di pratica e sudore. Ma adesso, esausto ed
appagato da sperimentazioni senza risparmi
o cesure, senza cedimenti o concessioni a
facili o rassicuranti melodie, è così che si
dona attraverso il corpo e tra le mani imbastite
di entusiasmo e riflessione, travestendo il
gesto ampio e teatrale, fisiologico nelle dita
e nella mano fino all'avambraccio. Si dona
aprendosi al percorso senza sospetto e sosta
in cui a far scena sono tessuti e anelli, bracciali
come cinture, ciuffi e capelli come testimoni
di grandezza tra le piccole manifatture di stoffe
e immaginazione per ricreare in testa e tra gli
interstizi della propria fanciullezza, un teatro
del silenzio e del pensiero per delineare spazio
e tempo, storie di suoni e speranza per distrarre
il mondo da caos e orrore, da problemi e pesi
di psiche e tormenti, da obbligate attestazioni
di sconfitte e disfatte. E allora i tasti sonori e
colorati calpestati da passi dolcissimi o maldestri,
imbavagliati da scarpine e bracciali, e le mani
immerse nel cotone e velluto incastonato tra
allegri e scanzonati meccanismi, corteggiano
pubblico ed orecchie, fanno festa ai draghi
e ai pulcini, accarezzano leoni e criceti. È stato
impossibile però corteggiare l'anima tra le
righe della terra, violare il cancello di filigrana
ed estro che ha aiutato a disfare le mie certezze
e scardinare le catene tra le fonti e i libri, tra i
capelli e le viscere di così tanti suoni implosi
tra i colori senza più tono degli abissi che hanno
parlato per te, che hanno implorato già da troppo
tempo la fenomenologia di questo teatrino
scomposto e tuttavia sincero con l'universo intero.
La guerra è qui tra noi che incombe e esplode
tra le trame quotidiane e gli infanti che si spingono
da sempre senza riguardo e rispetto del sole che
acceca ogni nostra utopia. Quattro dita al posto
di dieci a rappresentare il mondo e la sua
micro musica che fin dalle prime ottave di questi
ottantotto tasti, pretende dare anima al suono
del mondo, silenziare ogni rappresaglia o
conflitto ai confini dei tramonti, distrarre da
lutti e neri, ridisegnando in alto paradigmi e
concetti tra i sogni dei bimbi a festa e della loro
energia avvolta da allegria e innocenza.
ASCOLTA!
requiem per soli, coro e grande orchestra
Una grande e immensa orchestra per una vita
vissuta tra suoni e liriche esecuzioni di musiche
artificiali, di verità accennate, di umane esperienze
ricche di linfa, di acute osservazioni seppur con
tanti errori, che come in un bianco e nero Tao, si
disperdono adesso tra allucinazioni e abissi. Un
Requiem concepito a 24 anni, a seguire dopo Sub
Specie Interioritatis: come a voler confermare ed
estendere nella essenziale e numerica scrittura
orchestrale, un messaggio ambizioso e universale:
il suono è morto, la necessità di riempirlo con
precise note e sequenze ripetibili di melodie da
armonici incontri di altezze, non possiede dunque,
né manifesta ormai più, forti necessità estetiche.
E il direttore fluttua insieme al suono, sì, danza coi
venti dei fiati, si protegge dagli strappi percussivi,
viene accarezzato dai movimenti degli archi che
come abbracci o sguardi, accoglieranno come venature
silenziose la manifestazione dei suoni nel suo enorme
spazio. Le voci, tra solisti e coro, sono però concetti
e porzioni di altri corpi: permettono all'orchestra di
legare e sciogliere i timbri come colori proiettati sull'
asfalto più buio o sul cielo di una mappa siderale.
Ascolta, dunque: immergiti tra le battute vuote in
partitura e abbandonati al flusso di questo caos
ordinato di strutture verticali sconquassate dalla
vita, e con regole d'esecuzione perfettamente uguali
a quelle di Sub specie: mediante scale invisibili di
glissandi ascendenti e discendenti, i musici suoneranno
e canteranno scivolando con i suoni dall'alto o
portandosi dal basso verso altezze istintive, leggiadre,
dolci o rumorose. Non salteranno mai tra i suoni, ma
li illumineranno o subisseranno, trascinandoli o
accarezzandoli secondo il momento d'espressione, in
accordo all'istante in cui cervello e cuore, istinto e
ragione accetteranno un abbraccio di armonia tra
ordine e sensi. E i cantori non avranno testo, non
useranno dunque mai occlusive consonanti, né
fricative o approssimanti, ma sussurreranno o urleranno
come metafore di senso tra il non-senso della vita,
vocali liquide e sonore, come gelidi schiaffi o pugni
di fuoco tra l'orchestra di cristallo e di cemento. E
infine perché scriversi un requiem per celebrare o
ricordare la propria morte e a soli 24 anni? Nessun
funerale, nessun morboso o triste attaccamento alla
vita, certamente. Ma un tentativo di voler registrare
in vita, la bellezza dell'esistenza quasi un po' a
dissolversi e svanire, a perdere carica ed energia
vitale, come serena accettazione dello spirito più
vero che si regala solo al corpo e all'intelletto:
requiem come riposo o festa per aver eguagliato
nella fisiologica costituzione lo zenit del proprio
corpo. Mastodontica compagine orchestrale,
dunque, come metafora o analogia con la grandezza
e complessa struttura corporale e di esperienza,
di aneddoti e opere che nate dalla vita saranno
per sempre donate all'esistenza senza paura o
affanno. Tanti strumenti, oltre cento di sicuro,
e le altrettante voci che da sole o in coro rispecchieranno
i tanti io e gli innumerevoli sé che durante quegli
ultimi decenni trascorsi a costruire ed accettare
ogni contraddizione d'esistenza, assisteranno in volo
o sottoterra a inevitabili sparizioni o trasformazioni
nello spazio d'infinito, che questa notte esploderanno
con suoni e quiete d’universo.
from Angelo Sturiale’s book “Canzoniere” (Le Farfalle Edizioni)